Dipendenti dagli smartphone? La colpa è dei social media…


Le società che operano nel settore dei social media? Stanno deliberatamente creando una dipendenza da parte dei propri utenti al fine di ottenere un guadagno finanziario sul brevissimo termine. Una opinione sicuramente diffusa, che però è salita recentemente agli onori della cronaca per alcune osservazioni piuttosto critiche formulate proprio da diversi esperti della Silicon Valley.

Insomma, se notate una certa tendenza a un eccessivo utilizzo degli smartphone, la colpa non è certamente di qualche ora passata a informarsi sui quotidiani online, qualche scommessa, dei giochi come la Netbet Roulette su Mobile o le app sul meteo. La “colpa” è dei social media.

“È come se stessero prendendo la cocaina comportamentale per poi spargerla su tutta la tua interfaccia per farti tornare ancora e ancora sulle loro piattaforme” ha detto l’ex dipendente di Mozilla e Jawbone, Aza Raskin. “Dietro ogni display del tuo smartphone ci sono migliaia di ingegneri che hanno lavorato su questa cosa per cercare di renderla estremamente avvincente” ha poi aggiunto.

Una voce, quella di Raskin, non certo rara, ma abbastanza autorevole. Si tratta dello stesso ingegnere che dieci anni fa ha progettato la funzione di scroll infinito: una delle caratteristiche più frequenti di molte app, ora vista come una vera e propria abitudine “standard” nelle varie piattaforme. E proprio la funzione di scroll infinito ha generato un piccolo pentimento nello stesso ingegnere sviluppatore, che riconosce in tale strumento – pur utile – il rischio che un utente venga fagocitato dai social network: “Se non dai al tuo cervello il tempo di recuperare i tuoi impulsi” – ha detto Raskin – “continui a scorrere”.

Usando delle parole ancora più evocative, Raskin ha poi dichiarato che non aveva intenzione di contribuire a drogare le persone, e che ora si sente in colpa per questo. Tuttavia, ha anche riconosciuto che molti designer sono stati spinti a creare funzionalità app avvincenti a causa dei modelli di business delle grandi aziende e delle pressioni ricevute. “Al fine di ottenere il prossimo round di finanziamento, al fine di ottenere un incremento del prezzo delle azioni, la quantità di tempo che le persone spendono sulle app deve salire”, ha detto. “Così, quando metti tanta pressione su quel numero, inizierai a provare a inventare nuovi modi per convincere la gente a rimanere agganciato alla piattaforma” – ha aggiunto.

La pensa in maniera molto simile Sandy Parakilas, ex dipendente di Facebook, secondo cui “i social media sono molto simili a una slot machine”. Parakilas ha ammesso di aver cercato di smettere di usare il servizio dopo aver lasciato la compagnia nel 2012, e di essersi “letteralmente sentito come se stessi smettendo di fumare”.

Peraltro, durante il suo anno e cinque mesi su Facebook, Parakilas ha dichiarato che anche altri lavoratori hanno riconosciuto questo rischio. “C’era sicuramente una consapevolezza del fatto che il prodotto generava assuefazione e dipendenza” – ha aggiunto – “D’altronde, avevamo un modello di business progettato per coinvolgere gli utenti e succhiar loro il maggior tempo possibile dalla loro vita, per poi vendere quell’attenzione agli inserzionisti.”

Pronta è stata la risposta di Facebook, che ha dichiarato alla BBC che i suoi prodotti sono stati progettati per “avvicinare le persone ai loro amici, alla famiglia e alle cose a loro care”, e che “in nessun momento si vuole che qualcosa diventi un fattore di eccessivo coinvolgimento”.

A parlare è poi stato anche Leah Pearlman, co-inventore del pulsante Mi piace di Facebook, che ha dichiarato di essere rimasta “aggrappata” a Facebook perché aveva iniziato a basare il suo senso di autostima sul numero di “Mi piace” che aveva. “Quando ho bisogno di un conforto vado a controllare su Facebook. Mi sento solo, fammi controllare il mio telefono. Mi sento insicuro, fammi controllare il mio telefono” – ha precisato Pearlman, che ha poi ammesso di aver cercato di smettere di usare Facebook dopo aver lasciato la società.

Gli studi indicano che esistono collegamenti tra l’abuso di social media e la depressione, la solitudine e diversi altri problemi mentali. I rischi sono soprattutto per i più giovani, ed è proprio per questo che Pearlman ritiene che i giovani che riconoscono che i social media sono problematici per loro dovrebbero anche prendere in considerazione la possibilità di evitare tali app.

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